di LIVIO TOSCHI
Storia del Judo
(I)

Il monaco indiano Bodhidharma (Ta Mo in cinese, Daruma in giapponese), figlio del re Suganda di Madras, 28° patriarca buddista e seguace del Mahayana (la dottrina del «grande veicolo»), alla morte del suo maestro Prajnatara andò in Cina. Vi giunse nel 520 d.C. e fu ricevuto dall’imperatore Wu Di, ma rimase deluso del buddismo praticato alla corte cinese. Dopo un lungo peregrinare soggiornò per molti anni nel monastero di Shao-lin (Sho-rin in giapponese), costruito ai piedi del monte Song, nella provincia di Henan.
La tradizione vuole che a Shaolin Bodhidharma abbia fondato una scuola impostata sulla meditazione: dhyana in sanscrito, chan in cinese, zen in giapponese. Insegnò inoltre ai monaci degli esercizi di respirazione (chi kung) e di ginnastica per Secondo la leggenda, poiché in India aveva fatto parte della casta dei guerrieri ksatriya, insegnò anche delle tecniche di combattimento a mani nude, che col tempo furono arricchite e perfezionate grazie al contributo di altri fortificare il loro fisico, messo a dura prova da pesanti sedute meditative nella posizione zazen.
1. Bodhidharma
Monaci e di esperti di arti marziali che si recavano a Shaolin attratti dalla crescente fama del luogo. Per Bodhidharma le arti marziali (wu-shu, ossia «arte della guerra»; in giapponese bu-jitsu; in Occidente più note come kung-fu) servivano indubbiamente a rafforzare il corpo e a mantenerlo sano, pronto a difendersi da eventuali attacchi, ma contribuivano soprattutto al perfezionamento spirituale del praticante. Wu-de costituiva la virtù marziale.
Quella di Bodhidharma che insegna arti marziali ai monaci è solo una leggenda, visto che queste si praticavano (anche nei monasteri) già molti secoli prima che lui giungesse in Cina, ma il Maestro Barioli l’interpreta così: «L’avvento della religione indiana, fortemente popolare, fornì alle discipline di combattimento il necessario substrato morale, giustificandone la pratica che altrimenti sarebbe degenerata al servizio dell’egoismo e della violenza».
Nel 621 il principe Li Shimin, fatto prigioniero dai soldati del generale Wang, fu liberato da 13 monaci di Shaolin armati solo di bastoni. Quando divenne imperatore li ricompensò con generosità, consentendo inoltre al monastero di addestrare militarmente alcuni religiosi: nacquero così i monaci-guerrieri. Costoro si esercitarono non soltanto nel combattimento a mani nude, ma usarono le armi proprie dei soldati, servendosi di ottimi maestri per perfezionare l’addestramento. Li Shimin è considerato dalla storiografia uno dei migliori sovrani che la Cina abbia mai avuto (ebbe postumo il titolo di Tang Tai Zong = Grande Antenato Tang). Sotto di lui le virtù civili (wen, in giapponese bun) e quelle militari (wu, in giapponese bu) si combinarono con perfetto equilibrio.
Il monastero di Shaolin, completamente rinnovato una dozzina di anni fa, si struttura sull’asse nord-sud e mostra una pianta rettangolare molto allungata. Tra i vari edifici vanno ricordati la “Stanza dei Rivestimenti Bianchi”, nota anche come la “Stanza degli affreschi del wushu”, e il museo, inaugurato nel 1986: raccoglie ben 215 statue a grandezza naturale, raffiguranti i monaci nelle posizioni tipiche dello Shaolin-chuan (Shorinji-kempo in giapponese).
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2. Lao Tzu

I tanti metodi di combattimento nati in Cina si sono sviluppati lungo due direttrici. La prima prende il nome di nei-chia, stili “interni” o “morbidi” di combattimento, che privilegia gli aspetti filosofici e metafisici. Il principale di questi stili è il tai-chi-chuan («pugno della suprema vetta»), la cui base spirituale è costituita dall’I-Ching, il Libro dei Mutamenti. Gli stili morbidi sviluppano il concetto taoista del wu-wei, che viene solitamente tradotto «non azione», ma sarebbe meglio dire «non ingerenza». In sostanza è la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, che consente di sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti per lo più circolari, rivolgendo quindi contro di lui la sua stessa forza.
Va evidenziato che il taoismo (tao o dao in cinese, do in giapponese, significa «Via spirituale») si fonda sui principi complementari yang e yin: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Nel mondo tutto è in perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche. Lo yang rappresenta l’uomo, il giorno, la luce, il caldo, la durezza e l’attacco; lo yin la donna, la notte, l’oscurità, il freddo, la morbidezza e la difesa. Le due forze inseparabili yang-yin sono raffigurate con il simbolo di due pesci gemelli che formano un cerchio: un pesce è nero con un occhio bianco e un pesce è bianco con un occhio nero, per significare che non vi è nulla di assoluto.
Nel XIII secolo l’eremita taoista Chang Sanfeng, considerato il padre del tai-chi-chuan, concentrò l’attenzione sull’energia interiore (chi in Cina, ki in Giappone), che può manifestarsi all’esterno con incredibile potenza anche nelle persone meno prestanti. Nessuno meglio del piccolo maestro Ueshiba ha saputo in tempi recenti esprimere la potenza del ki.
3. Simbolo dello yin-yang

Si racconta che Chang Sanfeng abbia creato il nuovo stile dopo aver osservato con attenzione il combattimento tra un serpente e un uccello. Ma fin dal III secolo il medico Hua To aveva elaborato un sistema ginnico che si basava sullo studio delle tecniche di combattimento di cinque animali: tigre, orso, cervo, scimmia e gru. L’idea di Hua To ebbe successo e la maggior parte delle scuole che seguirono prese esempio dall’istintivo mondo animale, libero dai condizionamenti imposti all’uomo dalla ragione (paura della sconfitta, del dolore, della morte).
La seconda direttrice è la wai-chia, stili “esterni” o “duri” di combattimento, che si fonda sull’uso della forza in linea retta. La potenza del colpo viene molto accresciuta usando opportunamente il movimento dell’intero corpo e la respirazione. Con il passare dei secoli gli stili esterni del nord (bei-chuan) si differenziarono da quelli del sud (nan-chuan): in sintesi possiamo dire che al nord si predilessero i movimenti lunghi e aggraziati, con calci alti, al sud i movimenti brevi e potenti, con calci bassi o pugni. Da qui il detto: «Nan chuan, bei tui» («Al sud le braccia, al nord le gambe», ovvero «Pugni nel sud, calci nel nord»), che sintetizzava la caratteristica più appariscente delle due tradizioni.

Attraverso i secoli centinaia di “stili esterni” e decine di “interni” si sono formati, mescolati e sovrapposti: la loro storia è talmente complessa da scoraggiare un maggior approfondimento. La cultura cinese, del resto, non ha mai facilitato agli occidentali l’accesso ai suoi misteri.
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Scuola Hua To: posizioni della tigre e della scimmia
L’immediatezza dello zen, che puntava sull’intuizione (contrapposta all’erudizione libresca) e sull’imperturbabilità, si adattava bene alla mentalità semplice del guerriero giapponese. Lo zen s’innestò sulla religione autoctona, lo shinto o kami-no-michi («Via degli dei»), costituendo l’etica del bushido, il codice d’onore dei samurai. Si legge nell’Hagakure che la «Via del guerriero» era la morte, da affrontare con la mente vuota da ogni preoccupazione, da ogni passione (mu-shin). Quando non si ha paura di essere sconfitti o di morire, quando cioè la morte diviene «più leggera di una piuma», è molto più facile prendere all’istante e risolutamente le giuste decisioni che ci aiuteranno a vincere. Uesugi Kenshin, un grande condottiero del XVI secolo, così esortava i suoi soldati: «Affrontate la battaglia risoluti a morire e vi ritroverete sani e salvi; il desiderio di sopravvivere alla battaglia vi porterà alla morte».
Gli stili duri erano collegati al monastero di Shaolin, gli stili morbidi ai templi taoisti, che s’ispiravano alla dottrina di Lao Tzu (contemporaneo di Buddha e Confucio), cui è stato a lungo attribuito il famosissimo Tao-tê-ching. Il più importante tempio taoista fu quello posto sul monte Wu-Tang, nella provincia di Hopei.
Questo dualismo tra stili duri e morbidi, pur evidente, non ha tuttavia confini rigidi. Gli stili esteriori, più facili da comprendere e quindi meglio utilizzabili nella realtà del combattimento, ebbero maggiore popolarità e furono esportati in Corea e ad Okinawa, mentre gli stili interiori rimasero a lungo circoscritti agli strati superiori della società cinese. Gli stili duri in Corea generarono il taekwondo («Via dei pugni e dei calci in volo»), ad Okinawa il karatedo («Via della mano vuota»), diffuso in Giappone da Gichin Funakoshi; gli stili morbidi nel paese del Sol Levante generarono il jujitsu, da cui sono derivati il judo («Via dell’adattabilità») di Jigoro Kano e l’aikido («Via dell’armonia con l’energia universale») di Morihei Ueshiba.
Scuola Hua To: posizioni della tigre e della scimmia

In questo periodo, sotto l’influsso del taoismo, nacque e si diffuse rapidamente uno stile morbido di combattimento a mani nude, che prese il nome di jujitsu (o yawara), ossia «arte dell’adattabilità». Le sue origini si perdono tra le leggende. La più nota racconta che un medico di Nagasaki, Shirobei Akiyama, si recò in Cina per approfondire le sue cognizioni sull’agopuntura e sui metodi di rianimazione (kappo), che presupponevano una perfetta conoscenza dei punti vitali del corpo umano. Akiyama, uomo di multiforme ingegno, approfittò del soggiorno nel continente per studiare anche il taoismo e le arti marziali cinesi. Tornato in patria, durante un periodo di meditazione notò che i rami più robusti degli alberi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre quelli di un salice si piegavano flessuosi fino a scrollarsi del peso, per riprendere poi la posizione senza aver subito danni. Applicando alle tecniche di combattimento apprese in Cina le considerazioni maturate sulla cedevolezza o «non resistenza», fondò la scuola yo-shin (del «cuore di salice»).
Dal Tao-tê-ching voglio citare alcune massime di grande importanza per il nostro studio:
Il più cedevole nel mondo
Vince il più duro.
Non vi è al mondo nulla di più cedevole e debole dell’acqua
Ma nello stesso tempo
Non v’è nulla che la superi nel vincere il rigido e il forte
[...]
Così: il debole trionfa sul forte
Il flessibile trionfa sul rigido.
L’uomo nasce debole e delicato
Muore rigido e duro
[...]
Così: rigido e robusto sono i modi della morte
Debole e flessibile sono i modi della vita.
La massima del buon combattente è:
Assecondare per mantenere l’iniziativa
[...]
Vince colui che lascia.
Le molte scuole di jujitsu, pur con diverse sfumature, fecero proprio questo fondamentale concetto, che rivoluzionò la maniera di lottare: la morbidezza può vincere la forza.
(continua)